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10/01/2011 - Vercelli - La Posta

REFERENDUM MIRAFIORI - Tra Fiom e Marchionne, meglio la Camusso - Portinaro non ci sta alle semplificazioni eccessive

REFERENDUM MIRAFIORI - Tra Fiom e Marchionne, meglio la Camusso - Portinaro non ci sta alle semplificazioni eccessive
Alessandro Portinaro

Gentile direttore,



tra pochi giorni si svolgerà il referendum sul cosiddetto “accordo” tra Fiat e parte delle forze sindacali per Mirafiori. Le lavoratrici e i lavoratori, con la spada di Damocle di un vero e proprio ricatto sulla testa, dovranno decidere se votare sì e accettare una revisione peggiorativa delle condizioni lavorative (ma a mio avviso non è questo l’elemento più preoccupante dell’accordo) oppure votare no, con il rischio di rimanere a breve senza un lavoro, se sono veritiere le dichiarazioni sempre più minacciose di Sergio Marchionne. Sono convinto (e lo dimostrano i molti accordi che vengono continuamente siglati in giro per l’Italia) che a fronte di investimenti importanti e della necessità di fare ulteriori sforzi per rimanere competitivi, sindacati e lavoratori sono pronti a fare la loro parte, ma più passa il tempo e più mi convinco che non è questo il vero problema.


A meno che non si voglia far credere che ridurre di dieci minuti una pausa sia fondamentale in un settore industriale in cui il costo del personale incide per meno del 10% sul bilancio complessivo e in un’azienda in cui, come ricorda il responsabile economico del PD nazionale Stefano Fassina “il capital gain che spetterà a Marchionne sarà pari a circa 100 milioni di euro, più del totale dei salari e degli stipendi pagati dalle Carrozzerie Mirafiori in un anno di lavoro pieno”.


Qui c’è il tentativo di stravolgere i rapporti di forza e indebolire la dialettica tra impresa e lavoratori, escludere chi la pensa diversamente, fino a estromettere dalla fabbrica la maggiore forza sindacale, aumentando la distanza che divide i sindacati, proprio quando ci sarebbe la necessità di una maggiore coesione tra chi rappresenta il mondo del lavoro. Il tutto senza alcuna trasparenza sulle questioni più importanti, dalla natura e finalità degli investimenti, dall’assetto della nuova Fiat e i rapporti con Chrysler, a quale ruolo avranno Torino e il Piemonte nel futuro della Fiat.


Ma non vorrei entrare in un dibattito tra sì e no (tanto per chiarire, la mia personale posizione è vicina a quella espressa ancora nelle ultime ore da Susanna Camusso, che mi sembra stia affrontando questa situazione in modo intelligente), anche perché lo strumento del referendum è valido quando prima c’è stata una trattativa vera, non l’imposizione di condizioni da parte di chi ha il coltello dalla parte del manico. Ciò che mi preme sottolineare è che, se la vicenda di Pomigliano è servita per mettere in discussione un sistema di concertazione, ciò che sta accadendo ora a Torino rischia di farci fare un salto indietro di anni sulla rappresentanza sindacale e in più mette all’angolo Confindustria, altra vera perdente di questa partita, il cui silenzio mi pare sempre più incomprensibile.


Il Governo è completamente assente, sia nella definizione delle politiche industriali che possano portare a una fase di rilancio e sviluppo dell’economia del nostro paese, sia nel favorire l’innovazione delle regole della rappresentanza e della partecipazione di lavoratrici e lavoratori alle scelte strategiche per il futuro delle imprese.


In uno scenario così complesso, il rischio è che passi solamente la banalizzazione per cui Marchionne è il grande innovatore e la Fiom rappresenti la conservazione e resista a ogni tentativo di affrontare la modernità, ma tutto ciò è palesemente falso e serve solo a intorbidire le acque. Il problema vero è che in questo periodo di crisi economica, che ritengo strutturale e non congiunturale, c’è bisogno del concorso di tutti per ridefinire come il nostro paese sta nell’economia globale e come scommette su alcuni settori strategici e sull’innovazione. A meno che non si preferisca una lunga stagione di conflittualità, che permetta a qualcuno di giocare al ribasso su salari e diritti, avvicinando l’economia italiana a quella dei paesi emergenti e non al gruppo di testa delle nazioni più sviluppate.


Cordiali saluti,


Alessandro Portinaro, Partito Democratico

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